Storia

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Il Patriarcato di Aquileia

Il 3 aprile 1077 l'Imperatore Enrico IV, quale premio per la fedeltà dimostrata nella guerra contro il duca di Carinzia e marchese di Verona, Bertoldo, ed il conte del Friuli, Lodovico, concede al Patriarca di Aquileia, Sigeardo, l'investitura feudale con prerogative ducali su tutta la contea del Friuli. Da questo momento il patriarca di Aquileia detiene entrambi i poteri, quello religioso e quello politico. Si può considerare questo l'atto di nascita dello stato patriarcale, quell'entità che, grazie a quasi quattro secoli di autonomia, avrebbe unito i Friulani e avrebbe sancito una realtà sociale già consolidata e differenziata dalle regioni vicine e che sarà di seguito denominata Patria del Friuli.

Tornando a Carlino, possiamo ricordare quanto il Manzano nota all'anno 1230 dei suoi annali. Non si sa per qual titolo i feudatari di Castello pretendevano di esercitare diritto di placido e giusdicenza in Carlino, come difatti l'esercitavano in S. Maria la Longa e Castions, luoghi capitolari; da qui forti contese con il Capitolo che vantava il suo diritto. Fu per interposizione e con l'autorità del Patriarca Bertoldo di Andechs, consigliato dal vescovo di Trieste, da Sivone canonico della stessa, da Wolrico canonico d'Aquileia e da Canone cavaliere d'Osoppo, che si venne ad una transazione, il cui il Capitolo aquileiese cedeva alla famiglia di Castello questi diritti civili sopra Carlino, e recuperava per sé quelli sopra Castions e sopra Santa Maria la Longa.
Ciò avvenne appunto l'anno 1230. Che sia questa una usurpazione dei Signori di Castello, lo possiamo dedurre da un processo contro Cristoforo di Castello, in cui si parla di una "Ceduta certorum bonorum tenutorum per Nobiles de Castello, inter quae petebant Villam de Carlino, quam usurpaverunt, quea donata fuit a Popone patriarcha aquileiensi." Leggiamo poi nel Thesaurus Ecclesiae Aquileiensis che nel 1275 un certo Hendriussius di Castello riconosce di aver avuto in feudo dalla stessa Chiesa Aquileiese la villa di Chiarlins cum bonis ed omnibus suis juribus".

A questo punto ci sono quegli avvenimenti della storia generale della Patria del Friuli, che influirono notevolmente sopra Carlino, anzi sopra tutta la Pieve. I Veneziani, padroni fino allora poco più che delle spiagge, tendevano a dilatarsi. Evidentemente intendevano impadronirsi dei porti dell'Istria e del litorale friulano, sia per aver punti d'appoggio ai loro imbarchi, che per avere un sicuro addentellato per impadronirsi man mano delle rispettive province. Si aggiunga poi il vantaggio commerciale che avrebbero tratto dai nuovi possedimenti, specialmente dalle saline. E anche Marano aveva già le sue saline, volute, per le esigenze del Friuli, dal patriarca Raimondo della Torre.
I Veneziani, già padroni di Grado da diversi secoli, si erano già impadroniti di Trieste, di Muggia e di Giustinopoli (Capodistria). A quel punto (1283) il patriarca Raimondo dalla Torre dovette pensare a difendersi.
Ebbe inizio quindi in quell'anno una guerra tra patriarcato e Venezia, che durò undici anni. In quel tempo si alternarono combattimenti, assedi, e sorprese, con periodi di tregua, continuamente interrotti da nuove riprese della guerra.

Il Conte di Gorizia, alle volte alleato, alle volte di incerta fede o apertamente contrario al patriarca, aspirava anche lui a impadronirsi di certi paesi del patriarcato confinanti con la sua Contea. In questo contesto la bassa friulana divenne la più esposta ad essere il campo dei contendenti, specialmente a causa della divisione, delle gelosie e delle lotte tra i vari castellani locali.
Nel 1284, per breve tempo, i Veneziani con una banda di soldati occuparono Marano, e fecero razzia.
Nel 1287, il giorno 14 di giugno Marano venne nuovamente presa dai Veneziani e saccheggiata. Furono scacciati per merito dell'intervento di Artuino di Castello, con circa 200 uomini di Carlino.
In seguito ai suddetti avvenimenti il patriarca Raimondo della Torre volle garantire il suo Stato specialmente dalla parte del mare, e quindi rendere più difeso Marano preso di mira dai Veneziani. A questo era d'ostacolo la giurisdizione del Capitolo sulla Pieve di Marano e terre annesse. Pertanto, il 4 maggio 1290, il Patriarca convocò i canonici di Aquileia nel suo palazzo di Cividale e permutò, con regolare contratto, la Pieve di Marano e la sua Terra con quella di S. Margherita di Gruagno. Nell'atto si nomina espressamente anche Carlino. Pertanto da questo momento Carlino cessa di essere soggetto al Capitolo di Aquileia e viene a trovarsi sotto la diretta giurisdicenza del Patriarca.

Fra gli atti della Curia Patriarcale ci si imbatte in un documento di rilevante valore per Carlino conservato nei mss. Bini dell'Archivio Capitolare di Udine. E' il decreto di collazione del Beneficio di Carlino, riportato dai protocolli superstiti del notaio Giovanni de Lupico, notaio o, come si direbbe ora, cancelliere del patriarca Raimondo della Torre. Dal documento ricaviamo che nel 1296 rimase vacante il Benefico di Carlino. Non conosciamo il nome del titolare precedente.
Il 15 maggio di quell'anno il patriarca stesso Raimondo della Torre investì, con l'imposizione dell'anello, di quel Beneficio un certo sacerdote Conciano Laico da Griis; e l'atto fu compiuto a Marano nel giardino del patriarca. Benvenuto, Pievano di Marano, fu incaricato di dagli il possesso. Questo è il primo curato titolare della Chiesa di S. Tommaso apostolo in Carlino di cui conosciamo il nome, e poche sono le antiche curazie che possono risalire così indietro nel tempo con i nomi dei loro titolari. Segue un periodo in cui vi sono larghe lacune di documenti circa la conoscenza dei titolari. Nel 1335 viene citato un tal p. Benvenuto Fantone, cappellano di Carlino. Il Manzano citando il Bianchi accenna che il 23 novembre 1371 quelli di Carlino dovettero subire una condanna perché avevano violato il divieto di esportare frumento in territorio veneto.