Storia

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Le origini e la colonizzazione romana

Per quanto riguarda il territorio che costituisce l'odierno comune di Carlino, nonostante la ricordata carenza di documenti o citazioni, si può sicuramente affermare che la zona sia stata abitata fin da tempi remoti. L'archeologia ci conferma infatti che nel territorio di Carlino alquanto numerosi e documentati sono i siti archeologici di epoca romana e anche preromana.
La Carta Archeologica del Friuli-Venezia Giulia ne identifica ben 32, ed altri non ancora rilevati potrebbero essercene.
Sono state accertate aree con affioramento di materiale archeologico a bassa e ad alta concentrazione e aree di abitati veri e propri; per certi siti si è potuto ipotizzare, talvolta quasi sicuramente, la destinazione: villa rustica, insediamento produttivo, insediamento residenziale, tombe, strade.

I reperti recuperati testimoniano la datazione di queste antiche presenze umane. Per la preistoria ci sono testimonianze dell'Età neolitica (V millennio a.C.), dell'Età del rame (fine III millennio a.C.), dell'Età del bronzo antico e del bronzo recente (fine XIII fine XII sec. a.C.), dell'Età del ferro evoluto; per l'Età romana: dell'Età repubblicana, dell'Età altoimperiale e dell'Età tardoimperiale.
Arriviamo, come nella villa romana di Coluna, recentemente oggetto di scavi, a stabilire una continuità fino al periodo altomedievale.

Alcuni di questi luoghi sono stati indagati in maniera più approfondita.
In Chiamana, sotto un dosso alquanto rilevato sul piano di campagna, a ridosso del fiume Zellina, tre campagne di scavo condotte tra gli anni '70 e i primi anni '80 hanno messo in luce un impianto produttivo di notevoli dimensioni attivo dalla fine del I sec, a.C. al V sec. d.C. Ben sette forni per la produzione di laterizi e ceramica, con un vasto sistema di tettoie per l'essicazione dei semilavorati, magazzini, abitazioni degli operai, 2 pozzi, un complesso sistema di canalette per la distribuzione dell'acqua e per le fognature e una discarica ricchissima di materiali.
Purtroppo, con i lavori di scavo per il consolidamento dell'argine del fiume, è andata quasi completamente distrutta la villa padronale di cui sono rimasti solo due vani pavimentati con cubetti di terracotta e l'angolo di una stanza con pavimento in mosaico policromo: su fondo bianco una cornice geometrica in nero racchiude le figure a colori di un calice e di un pesce (simboli cristiani?).
La fornace assume inoltre una grande importanza archeologica per la sua produzione di ceramica invetriata ritenuta, fino ad allora, di più tarda fabbricazione. Subito a est di questo sito il bosco Boldaratis conserva ancora una quarantina di grosse buche del diametro di circa 10-15 metri di forma circolare o subrettangolare che testimoniano l'estrazione dell'argilla per la fornace. Una foto aerea del 1938 (IGM volo 12.5.1938) rivela la presenza, ora non più visibile, di almeno un centinaio di queste buche su una vasta area a nord del bosco stesso.

Un chilometro più a sud della fornace della Chiamana, il luogo di nome Fortin era noto, fino ai lavori di bonifica e sistemazione agraria che lo hanno completamente livellato, per uno strano argine di forma semicircolare, che si trovava tra il Fiume Zellina e l'Ara dei Baredi di Chiamana, corso d'acqua non più esistente che in quel punto confluiva nel fiume medesimo.
Nel 1990 lo scavo di un profondo fosso di scolo ha riportato alla luce sulla parete esposta una complessa stratigrafia archeologica, comprendente alcune strutture consistenti in una serie di grossi pali lignei conficcati nel terreno. L'indagine condotta dalla Soprintendenza di Trieste per la lettura e il rilevamento della sezione esposta e per il campionamento dei materiali componenti la struttura e dei reperti ha accertato l'esistenza di un complesso sistema insediativo e produttivo. L'insediamento a destinazione produttiva, risalente all'Età del Ferro, VI-I sec. a.C., era specializzato nell'estrazione di materie prime (limo e argilla) e alla produzione di materiali fittili. Certo si è trattato di un saggio che riguardava solo la sezione del sito, ma i dati aerofotografici e di affioramenti comproverebbero una dimensione alquanto ragguardevole dell'insediamento. E' stata anche individuata la sede abitativa e la necropoli. Esiste già una discreta bibliografia sul sito del Fortin. In particolare, nel corso di una conferenza tenuta a Carlino su questo interessante ritrovamento, i relatori Serena Vitri e Samuel Piercy Evans posero delle ipotesi molto interessanti. Le dimensioni notevoli dell'impianto produttivo, l'aver accertato che la zona in epoca storica non fu mai sommersa e l'abbondanza di boschi che producevano combustibile fecero dedurre che tutta la zona in oggetto fosse alquanto antropizzata.
Tutta la fascia perilagunare e la zona lungo il Fiume Zellina e il Fiume Urian, fiumi allora alquanto più ricchi d'acque, presentano una tale concentrazione di affioramenti archeologici preromani (e poi anche di epoca romana), da far appunto ipotizzare in quel convegno che Aquileia fu fondata in un territorio che non era spopolato e incolto, ma che già presentava abitati discretamente numerosi e strutture produttive ben avviate.

La fondazione di Aquileia è la conseguenza di tutta una serie di operazioni di carattere espansionistico condotte da Roma per ottenere la supremazia nell'Italia settentrionale. In particolare le spedizioni in Friuli sono motivate da stanziamenti di Galli transalpini non autorizzate da Roma. Tito Livio , nel libro 39 degli Annali narra che nel 186 a C. i Galli transalpini passarono nel territorio veneto, senza fare distruzioni o guerre, e costruirono un "oppidum" (luogo fortificato, cittadella) in un luogo non lontano da quello dove sorge ora Aquileia.
Poiché sappiamo da Plinio il Vecchio che i nuovi arrivati si erano stabiliti nell'agro aquileiese a 12 miglia dalla futura città, siamo autorizzati ad ipotizzare, tra i luoghi di possibile ubicazione di quella cittadella fortificata, proprio il sito del Fortin di Carlino. Ovviamente questa è solo una supposizione, mentre è certo che dapprima i Romani cercarono di impedire con un'ambasceria la costituzione dell'oppidum, poi nel 183 a C. inviarono alcune legioni contro la "nuova cittadella dei Galli". Questi allora si arresero e si ritirarono dall'Italia.
Da quel momento i Romani non abbandoneranno più il Friuli, anzi, per dare carattere di stabilità all'occupazione nel 181 a.C. il Senato di Roma decise di fondare una colonia di diritto latino (i coloni non saranno cittadini romani), della cui deduzione furono incaricati Publio Scipio Nasica, Caius Flaminius, Lucius Manlius Acidinus, di nome Aquileia.
Da questa data ha inizio l'intensa colonizzazione romana dei territorio friulano e quindi anche del territorio di Carlino, testimoniata in particolare dai ritrovamenti archeologici già citati. Nel 131 a.C. viene costruita, dal pretore Tito Annio Rufo la Via Annia, che collega Aquileia a Concordia Sagittaria, Altino, Padova, congiungendosi poi alla via Emilia. La cosa ci interessa perché il tracciato della via Annia tocca il territorio di Carlino coincidendo, almeno per questo tratto, con la Strada Statale n.14. Non è un caso se proprio nelle adiacenze della strada suddetta si siano rinvenuti ricchi siti archeologici di epoca romana e in particolare alcune necropoli. E' infatti assodato costume latino seppellire i morti lungo le strade.